la parola arriva dove forse neanche la musica può... forse...
F.i.T. - Future Is Tomorrow - dove i sogni diventano musica -
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Scrivere il proprio futuro non è difficile: sono sufficienti carta, penna e inchiostro.
Il problema è che la vita li vende a caro prezzo, mentre le fotocopie sono sempre gratis!
E' terribilmente doloroso scoprire di non avere abbastanza soldi per essere poveri...
Scrivere una canzone significa colmare arbitrariamente un vuoto fra un silenzio e un altro silenzio.
L'umana società è un'oligarchia tirannide fondata sul controllo dell'imene.
Mandria di bovidi. Brucano placidi l'erba, bevono lungo il fiume, dormono, giocano, copulano come non ci fosse un domani. Ognuno per i fatti suoi. In effetti, per alcuni di loro non ci sarà un domani e forse ne hanno una vaga coscienza, sufficiente per lo meno a spingerli a vivere ogni singolo istante come sentono di dover fare. Non pensano, sentono e basta, agiscono di conseguenza e non si pongono domande.
All'improvviso, dai cespugli in cui era nascosto, spicca un balzo il predatore. L'istinto alla vita è la sua finalità, non c'è rabbia, non c'è cattiveria nella sua rapida corsa. Il medesimo istinto alla vita impone ai bovidi di fuggire. Non hanno bisogno di essere spronati e organizzati, si voltano tutti contemporaneamente nella stessa direzione e scappano, la morte alle calcagna. Alcuni di loro - i più deboli - quasi sicuramente soccomberanno, ma la mandria se ne frega... Ce la fai? Bene, potrai continuare a brucare, bere, dormire e copulare. Non ce la fai? Cazzi tuoi!
Le nostre anime hanno diversi aspetti in comune con la mandria di bovidi. Scappiamo, inseguiti da un predatore che magari neanche esiste. Scappiamo tutti, ma ognuno per conto proprio, incuranti di chi potrebbe non farcela. Scappiamo nella stessa direzione, non sappiamo dove andare e per questo seguiamo la mandria, nell'illusione che essa ci conduca... dove? Tutti vedono facilmente la partenza della fuga, ma nessuno si chiede mai quando e dove questa possa finire, quando e dove si può avere la certezza di essere al sicuro.
Rispetto ai bovidi si possono notare comunque anche molte differenze. Le nostre anime non sono in grado di vivere veramente i momenti della vita per quello che ci possono offrire; tendiamo sempre ad essere frenati da legami veri, falsi, immaginati, desiderati, con il passato e il futuro. Questo ci fa sentire superiori agli animali, dandoci l'illusione di riuscire a riempire di profondi significati tutto quello che fanno anche loro. Noi quindi non mangiamo e non beviamo, ma godiamo del nutrimento variandone a piacere, privandocene se ne abbiamo il vezzo. Non dormiamo, ci concediamo un meritato riposo dalle fatiche della giornata, per poter affrontare le enormi responsabilità che ci attendono l'indomani. Non giochiamo perchè il gioco è per i fanciulli, noi ci divertiamo in modi più o meno innocui e più o meno socialmente accettati. Non copuliamo, facciamo l'amore concedendoci solo ed esclusivamente ad una persona speciale, convincendoci che sia quella giusta per la vita, non come la precedente... mioddio, come mi sento superiore agli animali!
I bovidi poi percepiscono chiaramente la fine della fuga, si fermano quando non sentono più il pericolo e sono pronti a ripartire con la stessa forza appena quel posto sarà nuovamente minacciato, e prima o poi lo sarà. Noi no. Quando la mandria si ferma ci fermiamo, ci guardiamo intorno e ci sentiamo disorientati, ma siccome tutti ostentano sicurezza ci autoconvinciamo di essere al sicuro. Non solo, ci arrocchiamo come se nulla più dovesse disturbarci, convinti che una piccola fuga meriti un grosso premio, la sempiterna tranquillità. In questo modo non siamo preparati a ripartire, e di fronte al pericolo riusciamo addirittura a smettere di riconoscerlo come tale, pur di non dover abbandonare le sicurezze che ci sono dovute. Forti di una cecità autoinflitta, corriamo incontro al predatore come fosse un messia, destinati ad una fine prevedibile...
Ma perché non riusciamo a guardare quegli stramaledetti bovidi con occhio acritico e non cerchiamo di imparare qualcosa di utile alla nostra sopravvivenza interiore? Perché dobbiamo sempre andare fieri della nostra ottusa miopia?
La bibbia ci insegna che dio ha creato tutte le cose del mondo ad uso e consumo esclusivo della razza umana, ma se per un momento assumo il punto di vista del creato e guardo gli uomini provo una cosa sola: profonda vergogna. Darwin ha dimostrato che gli esseri incapaci di adattarsi alla vita soccombono, noi ogni giorno continuiamo a corroborare questa tesi.
Il pensiero segue un filo. Un dannato filo che tende a intrecciarsi con sensazioni, sentimenti, istinti, fino a trasformarsi regolarmente in una matassa ingarbugliata che di solito pare inestricabile. La realtà è che questa matassa ingarbugliata ci piace, esercita su di noi un fascino irresistibile! L'impressione che la nostra mente contenga qualcosa al di là della nostra comprensione ci fa sentire diversi dagli altri, unici ed incompresi. Così da un lato stigmatizziamo le paranoie (soprattutto quelle altrui) ma sotto sotto ne godiamo, perché ci rendono vivi. O per lo meno, ci appaga l'esserne convinti.
Quando poi il filo comincia a diventare un po' troppo ingarbugliato ci sentiamo pesanti e tristi, e coesistere con noi stessi diventa un problema. Sopra un certo livello entropico, semplicemente scleriamo.
Lo sclero, analizzato approfonditamente, non è poi così negativo: ci consente di metterci in discussione per davvero, visto che giunti a quel punto anche togliere vagoni di scheletri dall'armadio appare come il male minore. In queste e solo in queste circostanze può accadere una cosa rara, strana e misteriosa. Cresciamo. Ridicolo, vero?
Subito dopo uno di questi step evolutivi tendiamo a guardare al noi del giorno prima come fosse un australopiteco, e laddove fino a ieri pensavamo di essere circondati da invalicabili montagne di problemi, improvvisamente liquidiamo il tutto con frasi del tipo: "Cazzo, ma era veramente una puttanata!". Poi ci ridiamo su, ma appena incontriamo gli amici cerchiamo nei loro occhi la conferma che anche loro ci vedevano come australopitechi, chiedendoci se hanno notato il profondo cambiamento interiore di cui siamo stati protagonisti. Oppure ci vergogniamo e cambiamo amici, dimostrando oltre ogni ragionevole dubbio che da australopitechi siamo passati a uomini di Neanderthal e che l'homo sapiens sapiens è ben di là dal venire...
Ironia a parte, una cosa è certa: perché avvengano certe prese di coscienza dobbiamo inevitabilmente parlare a noi stessi. Il me stesso con cui parlo si chiama Alessia.
Alessia non è un parto della mia immaginazione (ne sono abbastanza sicuro) ma una persona reale, la cui definizione è per me una vera sfida dialettica. A onor del vero è anche una bellissima ragazza con la voce più emozionante che abbia mai sentito. Insomma, diamo a Cesare quel che è di Cesare!
Dunque, dire che è un'amica sarebbe squallidamente riduttivo. Essendo l'altro me stesso non la amo, non più di quanto ami me stesso (di solito mi stimo molto, a volte mi ammiro pure, ma non posso dire di amarmi...). Una confidente? Neanche per idea! Confidare qualcosa implica che l'altra persona non abbia idea di cosa stiamo per dirle, e non è questo il caso; abbiamo dimostrato inconfutabilmente di essere in grado di capirci alla perfezione senza parlarci e senza nemmeno guardarci negli occhi dopo anni che non ci vedevamo.
Semplicemente, io le espongo il contenuto della sua mente e lei fa lo stesso con me. Ci poniamo domande scomode a vicenda e ognuno risponde per l'altro, tanto è la stessa cosa. Riconosciamo le nostre matasse di pensieri per quello che sono, perché in fondo sappiamo da dove vengono e dove portano. Riflettiamo. Non ci giudichiamo l'un l'altra, mai. Il pensiero è al di là di concetti come bene e male, giusto e sbagliato. Il pensiero è sé stesso. Punto. Vedendo le cose da una certa angolazione, ci apparteniamo. Il nostro livello di sclero medio è tale che la prossima volta potremmo farci offrire da bere direttamente da lui.
Pur essendo molto diversi (ebbene sì, sono diverso da me stesso...), alcune caratteristiche ci accomunano (ebbene sì, ho delle cose in comune con me stesso...): siamo attratti dallo stesso tipo di persone e il tempo non ha alcun significato rispetto ai sentimenti che proviamo verso di loro. Non tolleriamo che fattori a noi esterni prendano il controllo delle nostre vite. Abbiamo un'insopprimibile voglia di fare un sacco di cose.
Forse siamo solo bambini curiosi, che alla fine non hanno ancora capito nulla del mondo; comunque sembra che entrambi riusciamo con una certa naturalezza a costruire cose magnifiche e combinare danni incommensurabili. Contemporaneamente.
Di una cosa sola sono sicuro. Alla fine ci sentiamo veramente a casa solo quando siamo in pace con noi stessi, dovunque siamo, per cui in qualsivoglia sperduto angolo del delirio la mia strada possa mai portarmi, Alessia è il mio biglietto di ritorno a casa. Alessia è casa. Strano, visto che lei è l'ultima persona che assocerei mai a qualunque immagine domestica, ma nel nostro mondo di matasse ingarbugliate le cose funzionano così. La tranquillità riesce ad assumere anche la forma di un mare in tempesta, e i mari in tempesta sono la nostra scelta di vita. Quando, quando riusciremo ad essere sinceramente attratti dalla bonaccia? In un certo qual modo, spero mai...
La storia è una materia più o meno noiosa che ci viene insegnata fin da bambini, e che di solito nessun insegnante sa come impostare. Il risultato è che alla fine al concetto di storia si associano solo date di battaglie e nomi di re da imparare a memoria, vicende attribuite ad un passato così remoto nel nostro immaginario che non riusciamo ad apprenderne minimamente la lezione. E nessuno ce ne spiega il significato. Nessuno prova ad estrapolare il principio base secondo il quale gli uomini tendono a commettere ciclicamente gli stessi errori, ad usare gli stessi trucchi, a farsi fregare negli stessi modi. Se l'italiano medio sapesse il significato e le implicazioni del concetto di "panem et circenses" guarderebbe alla scena socio-politica attuale con occhi decisamente diversi.
C'è poi da aggiungere che quando un fatto avviene prima della nostra nascita non siamo capaci di dargli una collocazione vera e propria, tendiamo ad appiattire tutto in un astratto concetto di passato. Un esempio? Se pensiamo alla nostra infanzia, ci sembra un tempo lontano ma preciso, i nostri ricordi sono al passato remoto (tempo verbale che ci hanno inculcato alle medie e che non siamo capaci di usare). Ma proviamo a pensare all'infanzia dei nostri genitori, o alle guerre mondiali, a Napoleone, all'impero romano. Quello era prima, prima di noi. Punto. Il passato si spalma letteralmente su un'immagine di innaturale contemporaneità, sulla quale ci guardiamo bene dal riflettere. Anche volendo, non potremmo sentire certe cose empaticamente, visto che non c'eravamo.
Tutto questo non ci mette nell'ottica di percepire che mentre siamo intenti a lavorare, divertirci, giocare a pallone e cercare di fare sesso, la storia continua ad avanzare intorno a noi. Anzi, la Storia con la esse maiuscola. No, non c'è il visigoto-unno-veneziano-turco-francese-austroungarico-tedesco invasore, non siamo in guerra (almeno non ufficialmente, ma questa è un'altra storia) con nessuno. Se lo fossimo i nostri pensieri sarebbero ben più concreti, non queste menate filosofiche. Eppure la Storia ci circonda.
A dire il vero, ai tempi di Chernobyl avevo nove anni, per cui per me quella strana parola russa significava solo che non potevo andare in giardino a giocare e questo non mi piaceva. Però non potevo neanche mangiare l'insalata dell'orto e questo invece mi piaceva, perché odiavo la verdura. Poi c'era il discorso che le nuvole facevano male (o almeno così avevo capito), quindi me ne stavo alla finestra chiedendomi se l'aria dalla mia parte del vetro fosse diversa da quella al di fuori. Questo in fondo mi lasciava indifferente. Tirando le somme, il disastro di Chernobyl per me è stato un pareggio emotivo e nulla più.
Quando è caduto il muro a Berlino ero alle medie e non mi era ben chiara questa cosa che c'era un muro che separava le due germanie. Avevo bene in mente la cartina geografica di quella zona e mi sembrava un po' troppo grande come confine per essere delimitato da un muro, per cui mi dispiaceva che avessero abbattuto un così enorme capolavoro di ingegneria. Però loro erano contenti, quindi chissenefrega, evidentemente era meglio così.
Poi è scoppiata una guerra fra l'America e qualcuno in medio oriente. Era il 1991 ed io ero in settimana bianca in un posto sperduto fra le montagne. Ricordo che la cosa mi aveva colpito perché in albergo girava una copia del Messaggero Veneto sulla cui prima pagina campeggiava un enorme titolo in rosso: GUERRA!, e io non avevo mai visto prima un titolo in rosso sulla prima pagina di un giornale...
Negli anni successivi l'America ha dichiarato guerra a così tanti stati che la cosa ha smesso di impressionarmi, sarà perché il Messaggero Veneto non ha più titolato quelle notizie in rosso...
Questi sono solo alcuni dei fatti storici che mi sono successi intorno senza che ne cogliessi la portata. Poi gli anni sono passati, ho studiato un po' di più, ho cominciato a capire certe cose e a cercare da solo le mie risposte. Per questo motivo, quando è stato tolto il confine fra l'Italia e la Slovenia ho voluto essere lì, da semplice ma consapevole spettatore. Guardare con i miei occhi la sbarra che veniva tolta definitivamente, laddove poco più di dieci anni prima c'erano i carri armati. Senza parteggiare per nessuno, indifferente ai discorsi accorati di politici in cerca di effimera notorietà. Solo osservare la gente in festa, passeggiare liberamente fra uno Stato e l'altro assaporando la sensazione di non dover consegnare documenti ad agenti dallo sguardo inquisitore, andare di là a bere una birra e sentire di non essere più così "di là", perché da quel momento non c'era più una sbarra a demarcare nettamente il "di là" dal "di qua".
L'ultimo fatto storico, anzi Storico, a cui ho assistito sono state le elezioni americane. Rincasato dalla quotidiana serata in bar con gli amici, ho acceso la televisione e il computer per seguire questo evento tanto reclamizzato. Ero curioso, sinceramente curioso, tanto da restare sveglio fino alle 6.30 del mattino per sentire il discorso del vincitore in diretta.
Glissando su Vespa, dribblando Mentana, sono approdato su La7, che mi sembrava il canale con l'approccio meno molesto. Sulle mie ginocchia il portatile, browser aperto sul sito della CNN, refresh costante della pagina per avere i dati aggiornati. Va bene, lo ammetto, ricaricavo in continuazione la pagina solo per il gusto di vedere gli stati sulla cartina accendersi di blu o di rosso, in fondo mi diverto con poco (ironica l'attribuzione del rosso ai repubblicani, pur se in tempi non sospetti).
I dati fluivano copiosi, mentre in televisione cercavano di riempire i tempi morti (alla fine anche loro pescavano le informazioni dal sito CNN). A tal proposito devo fare i miei complimenti a Eugenio Finardi per i suoi interventi, adeguatamente leggeri e mai sopra le righe. Ogni tanto ci piazzava pure qualche concetto profondo, creando insospettabilmente della buona tv. Oggigiorno dove si può trovare della buona tv?
Brillante anche l'esperto di tattiche militari di cui purtroppo ho dimenticato il nome, che ha colto la palla al balzo per criticare un po' i politici italiani, con pacatezza e giuste argomentazioni. Ovviamente certi personaggi non possono dire queste cose se non in piena notte! Mi viene da pensare che la "fascia protetta" televisiva serva a proteggere gli adulti più che i bambini, in modo da non instillargli idee che potrebbero portarli ad accendere il cervello e magari addirittura a usarlo...
Ma forse è meglio tornare alla Storia con la esse maiuscola.
Poco dopo le 4.30, i dati su internet hanno cominciato a calare di intensità. Alla CNN sono veramente dei volponi, infatti dopo qualche minuto di hype, alle 5 spaccate è comparso un banner che indicava Obama come nuovo presidente degli Stati Uniti d'America.
La festa è scoppiata improvvisamente, sia a Chicago che negli studi di LA7. Ma perché poi qua dovevano festeggiare? Non sono giornalisti? Non dovrebbero essere super partes? Mah...
Mentre attendevo il discorso dello sconfitto McCain, continuavo a guardare il sito della CNN, scorrendo i vari stati, quando un dettaglio mi ha colpito.
Per ogni stato era scritta la percentuale dei distretti che erano collegati al sito per le proiezioni. Ecco cosa mi aveva colpito! Non erano voti effettivi, ma solo proiezioni! Alcuni stati erano illuminati in blu o in rosso con solo il 14% dei distretti che trasmettevano dati, e il 51% di vittoria di un candidato sull'altro. Nel mio modesto immaginario il 14% è un numero piccolo, ma evidentemente tanto bastava.
Poi la mia mente ha rilevato un altro dettaglio. Appena la CNN ha decretato la vittoria di Obama, basandosi quindi sulle proiezioni di cui sopra, gli americani sono partiti con la festa; McCain ha fatto il suo discorso da sconfitto (ma con fairplay) e Obama quello da trionfante vincitore.
D'accordo, sicuramente le stime erano accurate e sono poi state suffragate dai voti, però a me nessuno toglie un'impressione: il nuovo presidente degli Stati Uniti d'America non è stato eletto dagli americani, ma dalla CNN!
Che dire di più? Il discorso di McCain mi è piaciuto, tranne quando ha detto che la colpa era sua. Quella è stata a mio avviso una discreta caduta di stile. Però in parte a lui c'era la sua potenziale vice Sarah Palin che sotto un elegante tailleur dal taglio "politically correct" ostentava due tette di tutto rispetto (l'allitterazione è voluta), quindi la cosa dev'essere passata abbastanza inosservata.
Il discorso di Obama invece mi ha lasciato piuttosto indifferente. Pur se accreditato di essere un ottimo retore, ho trovato le sue parole giustamente semplici ma con un ritmo scarsamente incisivo. Siamo ben lontani dalla forza di "I have a dream" di Martin Luther King, discorso dai concetti basilari, ripetuti all'estremo ma con un epos tale da scolpire a pieno titolo quelle parole nella Storia.
Insomma, Obama, sei il primo presidente americano di colore, nel tuo primo discorso da presidente potevi trovare qualcosa di più efficace di "We can" o almeno sviluppare quel concetto in un modo migliore!
Apprezzabile la parte in cui dicevi che avresti fatto scelte che non sarebbero piaciute agli americani e che i risultati si sarebbero visti in un futuro più lontano (ma ve lo vedete un politico italiano dire una cosa del genere, magari credendoci veramente?).
Assolutamente demagogico il lunghissimo panegirico sulla 106enne di colore. Idea potenzialmente efficace, ma non sfruttata a dovere.
Queste ovviamente sono solo le mie opinioni sulla pura arte oratoria dei contendenti. Io non tifavo per nessuno, volevo solo fare da spettatore, osservare lo svolgersi della Storia per poter prorompere in futuro in un manzoniano "Io c'era"!
No, Manzoni non è una sottomarca di carne in scatola...
Sì, i Promessi Sposi sono stati anche una soap opera, ma prima ancora uno sceneggiato televisivo, ma prima ancora un libro...
Sì, i libri sono quelle cose di carta piene di scrittine che non scorrono su nessun teleschermo, stanno lì, bisogna sfogliare le pagine e leggerle.
Sì, leggere è faticoso e richiede tempo, se poi si cerca anche di capire quello che si legge...
No, mi dispiace, Moccia non fa testo, forse è meglio ripartire con i libretti da colorare...
Oggi sono riuscito finalmente ad effettuare il bonifico di cui al post precedente. Per dare a Cesare quel che è di Cesare, sottolineo il fatto che sono arrivato due minuti prima della chiusura e l'addetta allo sportello ha accettato gentilmente di servirmi anche se doveva compilare la mia anagrafica (sì, questa volta mi sono portato dietro il codice fiscale!).
L'aspetto divertente della giornata riguarda l'informativa per la privacy. Sbirciando sul monitor del pc mentre l'impiegata trascrive i miei dati, noto che una volta aperto a video il modulo per la privacy preseleziona arbitrariamente la casella "do il consenso" su tutte le voci. Una volta stampato il modulo me lo consegna perchè lo firmi, e a quel punto non posso fare a meno di far notare che non voglio dare il consenso al trattamento dei miei dati per finalità commerciali di terzi.
L'addetta, invero piuttosto seccata, mi risponde con un "da questa banca non è mai arrivata pubblicità indesiderata a nessuno". Io cerco quindi di farle capire che il concetto di "terzi" implica che ci siano altri attori non legati alla banca che accederanno ai dati... Lei ribatte con la stessa frase di prima dimostrandosi poco incline al dialogo, ma vedendo che sono inamovibile acconsente a stampare un secondo modulo.
Continuo a sbirciare il monitor e noto che effettivamente seleziona la casella "nego il consenso" sulla voce incriminata, quindi stampa il modulo, me lo consegna e... magia! Nella stampa risultano barrate nuovamente tutte le voci "do il consenso". Evidentemente disorientata (deduco che nessuno mai le abbia negato quel consenso) cerca di fare buon viso a cattivo gioco correggendo a penna il modulo.
A questo punto cosa devo pensare? Che il software in dotazione alla banca è taroccato riguardo alla privacy? Che c'è un misterioso errore di sistema che riguarda proprio quell'aspetto?
Avendo lavorato nel settore dati personali conosco fin troppo bene la quantità di delirio che si cela dietro l'argomento, per cui appena posso cerco di tutelarmi e consiglio sempre gli altri di fare altrettanto. Spero che qualcuno sappia rispondere ai miei dubbi...
Sono appena stato in banca per fare un bonifico. Detta fin qui, nulla di strano. Per questioni di tempo non sono andato nella mia, di banca, ma in una a caso (ehm... l'unica) che si trova nel mio paesino.
Non sono riuscito a fare il bonifico. Motivo? Non avevo con me il codice fiscale, e per le normative anti-mafia non si possono effettuare operazioni di quel tipo senza la fotocopia del codice fiscale (dettarglielo non basta, serve prorpio la fotocopia!).
In tutto questo, la cosa che mi ha colpito è che mentre l'addetta allo sportello si prodigava in scuse per non potermi far fare il bonifico, mi è balzato alla mente il fatto che avevo dimenticato di togliere dai pantaloni il mio coltellino da utilità, e che il metal detector mi aveva fatto entrare senza che nessun allarme suonasse...
Ironia della sorte, non posso dare i miei soldi a una banca ma rapinarla sì, e senza problemi!
Siamo proprio in itaglia...
C'era un tempo in cui pensare intensamente a una persona mi lacerava l'anima. Era un tempo in cui sognavo, in cui credevo che le cose sarebbero andate in un certo modo e sarebbe stato tutto perfetto. C'era un tempo in cui conservare certi ideali costava caro. Questo tempo appartiene al passato, eppure è ancora vivo dentro di me, è uno dei mattoni su cui poggiano le mie fondamenta.
C'era un tempo in cui ciò che per me era più prezioso è stato portato via con un bacio. Rubato. I miei sogni sono stati scoperti e mi sono stati rivoltati contro, come fossero debolezze. La vita in quell'istante mi ha insegnato che evidentemente lo sono, che a sognare sono i bambini e che certi ideali non valgono poi granché. Anche questo tempo appartiene al passato, ed anche su questo mattone ho costruito.
C'era un tempo in cui negavo a me stesso palesi verità, in cui cercavo cose che in realtà vedevo solo io e odiavo gli altri perché non capivano. Il mio muto urlo di angoscia saliva verso il cielo buio, così forte da far evaporare le mie lacrime prima di riuscire a piangerle. Passato. Anche quello. Altro mattone.
C'era un tempo in cui mi ero convinto di aver scoperto una normalità che mi era stata in qualche modo dovuta. Emozioni tenui ma rassicuranti, una bovina tranquillità in cui mi ero adagiato e che sarebbe potuta continuare insensata indefinitamente. Fu e non è. Ulteriore mattone.
Neanche a dirlo, ognuno di questi tempi è stato scandito dalla presenza, o dall'assenza, di una donna. Di diverse donne. Donne che hanno dato, hanno tolto, hanno tenuto, hanno gettato, hanno usato, hanno abusato, hanno donato con sincerità, hanno amato.
Donne a cui ho dato, ho tolto, che ho tenuto, ho gettato, a cui ho donato con sincerità, che ho amato. Usato forse, ma solo un po'.
Tutto questo mi ha arricchito e mi ha fatto crescere, ma mi ha anche disilluso e raffreddato. Mi ha convinto che le emozioni di un adulto sono altre e sono private, non contemplano la piena consapevolezza dell'alterità e si rivolgono all'esterno con un atteggiamento di sarcastica sopportazione e di vacuo autocompiacimento. Le esperienze si sommano alle esperienze e il torrente in piena dell'adolescenza diventa prima un placido fiume di pianura, poi una palude stagnante, nella quale incontri tutte le persone che ti circondano e capisci: così dev'essere.
Stronzate!
Puri e trasparenti, due occhi dai colori cangianti riflettevano tremule fiamme di lanterne lontane. Nel silenzio spaziavano su un'incontemplabile profondità fatta di emozioni troppo grandi e troppo intense per avere un nome. Sapevano di primavera e d'autunno, di aria frizzante. Avevano il fresco profumo dell'erba appena tagliata, e il sapore delle ciliege appena colte. Il calore di un pomeriggio estivo e la luce carica di promesse del sole al tramonto. La sacralità di una preghiera e la delicatezza della neve. Il suono scintillante di un diapason. Irrequieti e sereni. Penetranti e leggeri. Dolci, ma più di ogni altra cosa, sinceri.
In un singolo istante, in un tempo che non appartiene al tempo, ho perso i mattoni delle mie fondamenta. Le mie certezze e le mie disillusioni si sono frantumate in un mosaico che non restituirà più la stessa immagine di prima.
Sono spaventato ed esaltato dalla mia paura.
Sono vivo.
Domani sarà un giorno splendido, perché scoprirò nuove cose di me stesso e imparerò ancora, come un bambino, quanto tutto sia speciale. Busserò alla mia porta, mi aprirò e racconterò cose profonde e cose divertenti. Riderò. Forse berrò un caffè.
Per fissare ancora meglio nella mia mente quell'attimo fuori dal tempo ho voluto portarlo fuori dalla mia mente e cercare di descriverlo in queste poche righe. Affidarlo al mondo perché la mia anima da sola non può contenere tutto ciò che mi hanno dato quegli occhi.
E se il mondo non lo vorrà, beh... tutti hanno il diritto di voltarsi dall'altra parte e andarsene in un click. Non è un problema mio.
Io sono felice.